Hanno imbrattato il monumento a Montanelli, sono state le femministe fuxia. Quelle che dove vanno danno de fascista a qualsiasi cosa. Loro danno del fascista…  Corrado D.S. Facebook 8 marzo 201953519651_2079537365486547_1208502637729677312_n

In alcuni periodi della mia vita mi è capitato di pormi una DOMANDA, ed è successo anche qualche giorno fa mentre passavo davanti ad uno scaffale della biblioteca.

L’occhio è caduto sulla copertina di un libro dal titolo bizzarro che sembrava dirmi:

“prendimi, facciamo un giro assieme, ho la RISPOSTA  alla tua domanda: SONO O NON SONO FEMMINISTA?”

Ma che cosa vuol dire esattamente essere femminista e perché mi è sempre sembrata una cosa brutta?

Il titolo del libro in bella vista sullo scaffale é “Perché non sono femminista” ed è stato scritto da Jessa Crispin, una blogger e attivista americana.

Risponde con estrema chiarezza ai MIEI DUBBI, perché analizza l’attuale modo di intendere il femminismo definendo proprio quei limiti che in modo istintivo mi hanno sempre fatta sentire “da un’altra parte”, alla ricerca di qualcosa di diverso.

La difficoltà di sentirmi femminista è dovuta principalmente al fatto che il femminismo è spesso ridotto ad una etichetta, ad uno slogan, a rivendicazioni portate avanti con un carico di rabbia che sfocia in qualcosa di esagerato, a volte addirittura grottesco.

Le donne vogliono la parità: vincere ed essere le migliori in un mondo competitivo e violento usando le stesa logica che le ha relegate a ruoli subalterni, imposti.

“Crescendo in un sistema che misura il successo con il denaro, che valorizza il consumismo e la competizione, che sminuisce la compassione e il senso della comunità, le ragazze e le donne sono già indottrinate su ciò che devono volere.

Il self empowerment ci permetterebbe di fare davvero qualcosa di buono, se fosse accompagnato da un esame dei nostri desideri e delle nostre definizioni di felicità. 

Abbiamo interiorizzato lo sguardo maschile, lo abbiamo fatto nostro. Gli uomini occupano un sacco di spazio nella nostra vita e anche nella nostra testa. Ci viene insegnato che il nostro valore dipende da ciò che gli uomini pensano di noi.

Il vero cambiamento è scomodo. Le idee di bellezza, accettabilità, amabilità e scopabilità dovrebbero essere scisse dal senso del nostro valore.

Un esempio: se nella nostra cultura deve esserci una donna solitaria da encomiare, sarà bene che si comporti come un maschio solitario: economicamente indipendente, sessualmente vorace, senza figli e senza legami con la comunità o la società.

Il femminismo non deve limitarsi a reagire alla cultura dominante, ma ha il potere di trasformarla. Il motivo per cui non la trasformiamo è che la maggioranza di noi trae benefici dall’organizzazione della società intorno all’amore romantico.

Il problema non è l’esistenza dell’amore ma il suo primato. E’ l’associazione dell’amore romantico con la gratificazione non solo emotiva ma sociale ed economica.

L’amore romantico non deve essere precluso, dovremmo però mettere in discussione il fatto di privilegiarlo rispetto a ogni altra forma di amore, per la famiglia, gli amici, la comunità.

Dovremmo mettere in discussione anche i requisiti che ci vengono imposti per essere amate e il modo in cui la possibilità del sesso e della famiglia viene sventolata davanti alle donne per farle rigare dritto.


 

 

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