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Alcune fra le persone che hanno visto e apprezzato Perfect Days hanno in comune il desiderio di riguardarlo, anzi di lasciarlo in sottofondo tutto il giorno.

Forse per il desiderio una quotidianità diversa, non dico spensierata, ma più vera.

Essenziale è il film, essenziale è la vita del protagonista. Sempre identica, mai monotona.

Il sorriso mentre annaffia le sue piantine, la soddisfazione nel portare splendore ai bagni di Tokyo, il godimento nel fotografare lo stesso albero, giorno dopo giorno.

Un dispiegarsi della vita che non ha nulla di sensazionale, dove la perfezione sta nel gesto, nella perfezione di ritmo e cura.

Non a caso è ambientato in Giappone, la patria della calligrafia, della cerimonia del te e di altre arti che hanno come loro caratteristica la ripetizione infinita, la minuzia, la ricerca della perfezione nell’infinitesamente piccolo. 

Che cosa rende magnifico in gesto di versare del te in una tazza? 

E’ la stessa magia che il protagonista aziona nel pulire un water, un pavimento. 

C’è una sorta di passione composta, di dedizione assoluta

Non è quel che fa ma come.

Un film rivoluzionario.

Dona pace a chi lo guarda, e insinua la tentazione di emulare il protagonista. Un genio Wenders, che a Fazio in una intervista dice che sta cercando di imparare dal protagonista del suo film, che “dà un esempio di come si può vivere in modo diverso” E che ha parlato con ragazzi che dopo la pandemia stanno riducendo i loro consumi. E sono più felici. 

Umiltà, silenzio, umanità trasudano da ogni gesto.

Le parole non sono contemplate, irrompono ogni tanto e sono fortissime. Riacquistano il valore perduto.

Come in una parabola o storiella zen indicano la direzione e sono immerse nel presente. 

Le azioni quotidiane, le più semplici, dal lavarsi i denti, al guidare, sedere in un parco, leggere, sono cariche di intensità. Di presenza.

Hirayama non partecipa a nessun corso di crescita personale, non va a ritiri, non ne ha bisogno. Ha trovato la chiave. 

Fa solo ciò di cui ha bisogno, sa stare in quello che c’è, sa scegliere.

La sua giornata è fatta di libri, cassette, un lavoro qualunque, luoghi dove gli piace trascorrere il tempo libero, accadimenti, incontri…

Tutto questo viene vissuto come un rituale, riconoscendo che stare al mondo è un dono

E il protagonista non smette mai di ringraziare, non lo dimentica neppure un istante, per tutta la giornata. E nemmeno la notte, in sogno.

Le cassette, i libri appartengono a un mondo che conosce la fatica di guadagnarsi le cose passo dopo passo, dall’inizio alla fine. Senza saltare qua e là, prendendo il tempo necessario per viverle e gustarle. La brevità non è per forza sinonimo di bellezza o vittoria. Vincere se stessi richiede tempo e pazienza.

E’ un film delicato, per niente leggero. Lento, di una lentezza che ti entra dentro fino a raggiungere luoghi impensati, lasciando il segno.

Non ho la lavastoviglie, e ho trascorso anni a lottare con il lavello, imprecando per il tempo che stavo perdendo, e la noia.

Ci ho messo anni a trovarne un senso. Fino a quando i piatti sono diventati miei amici.

Perfect Days è in effetti un film sull’amicizia.

E sul dolore.

Hirayama è una persona felice, che sa essere felice pur lasciandosi attraversare da ombre. Vive con umiltà anche questa dimensione dell’esistenza. Lo rispetta, lo accoglie, lo trasforma. La scena finale, una delle più belle: tutto può convivere assieme, non c’è separazione tra le varie emozioni. Cade anche il mito dell’uomo illuminato. Non occorrono titoli, dimostrazioni, seguaci. Tutto è perfetto così come è. Anche l’imperfezione. Anche il dolore. Nulla è raggiunto per sempre. La vita è in ogni istante, sempre uguale e sempre diversa.

Come dice Wenders a proposito del suo personaggio “la sua capacità spirituale di stare nell’istante è meravigliosa”. 

E’ “esempio di amore puro” di libertà e concretezza.  

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