Negli ultimi giorni mi è capitato di arrabbiarmi – niente di nuovo! – ma stavolta almeno due cose sono andate diversamente dal solito.

La prima: ho spinto l’acceleratore, ogni volta che la rabbia saliva invece di reprimerla, giudicarla o interrogarmi l’ho lasciata fluire sentendola nel corpo, quasi assaporandola in tutta la sua potenza, fino a sentirmi non svuotata e debole ma anzi più forte dopo ogni accesso.

La seconda differenza: ogni sfogo viveva una vita propria, una volta terminato era finito tutto, non ci sono rimasta attaccata. Non l’ho subita. L’ho fatta mia.

Alle persone viene insegnato che la rabbia è una brutta bestia, che è negativa, si dice che bisogna gestirla o incanalarla, ma farlo è quasi sempre impossibile. Passa spesso un messaggio fra le righe: che arrabbiarsi è sbagliato, che bisognerebbe rimanere sempre calmi e non lasciarsi toccare da ciò che ci circonda.

Il fatto è che il più delle volte si rimane calmi solo in apparenza mentre dentro si cova l’impossibile, trattenendo e bloccando emozioni fortissime. Viene scambiato per calma e sangue freddo uno stato che non ha nulla a che vedere con la pace interiore, anzi.

Due giorni fa curiosando mi è capitato sotto gli occhi uno scritto che è stato illuminante:

Nella generosità e nell’aiuto degli altri sii come un fiume.

Nella compassione e nella grazia sii come il sole.

Nel nascondere le mancanze altrui sii come la notte.

Nell’ira e nella furia sii come la morte.

Nella modestia e nell’umiltà sii come la terra.

Nella tolleranza sii come il mare.

Esisti come sei oppure sii come appari.

Rumi

 

Quando emerge l’ira vivila ma non aggrapparti. Non ci si può arrabbiare e non arrabbiare, non si può tirare un pugno con gentilezza, quando il colpo parte va portato fino in fondo, fino alla fine, fino alla morte.

La resurrezione è possibile solo dopo aver vissuto fino all’ultimo istante ogni istante con presenza, qualsiasi cosa accada.

Da qualche parte ho letto che Gesù aveva un kiai potentissimo, ma a noi è arrivata solo l’immagine di un uomo che “porgeva l’altra guancia”.

Il kiai è il grido che il samurai emetteva in battaglia, non tanto per spaventare l’avversario quanto per essere presente a se stesso, per risvegliare uno stato diverso da quello ordinario.

Le emozioni, se usate bene, possono permetterci di contattare le nostre parti più autentiche.

Ieri sera ho visto piangere almeno cinque donne contemporaneamente ed è stata una sorpresa meravigliosa. Tanto quanto il mio arrabbiarmi. Donne presenti a se stesse, piene di amore, così tanto che traboccava da tutte le parti riempiendo la stanza.

Non stavano guardando un film, stavano vivendo una emozione nobile ed intensa, le stavano dando spazio, le stavano permettendo di esprimersi.

Il guaio della nostra epoca è che non ci è dato vivere nella pienezza e nella intensità delle nostre paure, delle nostre emozioni usandole come strumenti per illuminarci.

 

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